C’è un odore che resta nelle stazioni quando l’ultimo treno è già sparito nel buio e i tabelloni lampeggiano “fine servizio”. Non è solo metallo o olio bruciato: è un mix di carta umida, detergente industriale, caffè tostato troppo in fretta e aria calda che esce dalle macchine automatiche, con quel respiro meccanico che sembra quasi umano. È l’odore di qualcosa che si è appena concluso. Una memoria sospesa: dei trolley trascinati di corsa, dei messaggi vocali ascoltati con un auricolare solo, degli abbracci trattenuti all’ultimo secondo prima che le porte si chiudano. Arrivare in una stazione nuova dà spesso l’impressione di esserci già stati. Il bar con le prese USB occupate, le pensiline illuminate al neon, i binari lucidi che riflettono schermi e notifiche, le vecchie cabine telefoniche trasformate in gusci vuoti o in punti Wi-Fi: tutto sembra parte di un copione collettivo che conosciamo a memoria. Qui il tempo non scorre, si accumula. Le stazioni sono archivi emotivi, spaz...
Heidegger dopo la “morte di Dio”: l’esistenza come ultimo fondamento Con la celebre dichiarazione nietzscheana della “morte di Dio”, la filosofia occidentale perde il suo fondamento metafisico più solido. Se Dio non garantisce più il senso del mondo, dei valori e della verità, che cosa resta a sostenere l’esperienza umana? Secondo Martin Heidegger, ciò che rimane come ultimo punto fermo non è un principio astratto né un nuovo assoluto, ma qualcosa di più immediato e al tempo stesso più enigmatico: l’esistenza. Anche se ogni fondamento tradizionale viene meno, resta almeno una certezza minimale ma decisiva: qualcosa esiste. Ma che cosa significa esistere? E che tipo di essere è quello umano? A queste domande Heidegger dedica Essere e tempo (1927), una delle opere più complesse e decisive della filosofia del Novecento, nonché uno dei tentativi più radicali di ripensare la questione dell’essere. La differenza ontologica: essere ed ente Il punto di partenza d...