Attendere qualcuno sotto il cielo della notte è forse una delle forme più pure dell’illusione umana. Non perché ciò che attendiamo non esista davvero, ma perché crediamo, almeno per un istante, che il mondo possa rispondere alla nostra presenza. L’uomo, quando guarda il mare e le stelle, non osserva soltanto la vastità: proietta su di essa il proprio desiderio di essere visto, riconosciuto, chiamato. In questo gesto c’è qualcosa di profondamente tragico e insieme umano. La natura non attende nessuno, non promette nulla. Il mare continua a muoversi senza sapere che qualcuno lo guarda; le stelle persistono nella loro distanza silenziosa. Eppure l’uomo insiste, quasi con innocenza, a credere che da quella immensità possa emergere una figura, un volto, una risposta. Forse è proprio questa ostinazione a definire la nostra condizione. Siamo creature che abitano l’assenza e la riempiono di presenze immaginate. In questo senso il desiderio non è soltanto mancanza: è anche una forma di creazione. Laddove il mondo tace, l’uomo inventa un segno; laddove l’universo resta distante, egli immagina un incontro. Così l’attesa non rivela tanto l’arrivo di qualcuno, quanto la profondità del nostro bisogno di significato. E forse, come avrebbe suggerito Cioran (uno dei pensatori più originali e radicali del XX secolo, noto per il suo pessimismo lucido, il suo stile aforistico e le riflessioni profonde su solitudine, inutilità dell’esistenza, tempo e coscienza) la vera rivelazione non è che qualcuno venga dal buio, ma scoprire quanto a lungo siamo capaci di restare a guardarlo.
*Mark Strand (1934–2014) è stato uno dei più importanti poeti statunitensi della seconda metà del Novecento, noto per una poesia meditativa, essenziale e attraversata da temi come solitudine, attesa, silenzio e mistero dell’esistenza.
Commenti
Posta un commento