In un’epoca in cui la parola “classe” sembra appartenere più ai manuali di storia che alla vita quotidiana, riflettere sulla coscienza di classe può apparire anacronistico. Eppure, dietro questa espressione si nasconde una forma di percezione collettiva che parla direttamente alla nostra esperienza contemporanea: la solitudine competitiva, la frammentazione sociale, l’incapacità di immaginare alternative. Tornare a Marx ed Engels, ma anche a voci letterarie come Meridel Le Sueur, significa riscoprire un modo diverso di guardare alle relazioni umane: non come incontri tra individui isolati, ma come momenti di un unico respiro comune. La coscienza di classe, prima che teoria politica, è una sensibilità: un sentire condiviso che permette di riconoscersi, comprendere e agire insieme.
Coscienza di classe: riconoscersi, comprendere, agire
Se ci poniamo la domanda “Cos’è la coscienza di classe?”, possiamo partire da ciò che Marx ed Engels scrivono in Ideologia tedesca: la lingua è nata perché le persone avevano qualcosa da dirsi. La coscienza, allo stesso modo, emerge quando gli esseri umani diventano consapevoli di qualcosa che vale la pena comunicare ad altri che condividono la stessa condizione: rendere gli altri consapevoli di un problema comune o contestare una visione distorta del funzionamento della società capitalista. Una classe, di per sé, è composta da persone che vivono in circostanze sociali simili (condizioni materiali, lavoro, posizione sociale). Ma questa semplice comunanza non basta. Essere coscienti di classe significa avere una visione di una società più democratica ed egualitaria, una visione che non è solo un ideale astratto, ma una possibilità concreta che gli individui possono contribuire a costruire. Con una conoscenza anche minima del funzionamento del capitalismo, con la consapevolezza del bisogno di solidarietà e con quella rabbia lucida che scaturisce dal vedere il trattamento deplorevole riservato a molti, diventa naturale domandarsi: “Cos’altro posso fare, se non la mia parte nella costruzione di un futuro diverso?” La classe sociale non ha un vero significato se non si accompagna a questa consapevolezza. E non ha valore per un futuro più giusto se non si traduce in una lotta concreta, non solo contro la classe avversaria, ma anche contro le esitazioni di chi è ancora riluttante a impegnarsi in azioni collettive: nel luogo di lavoro, nella scuola, nel quartiere, ovunque le vite si intrecciano.
Capire il capitalismo: una condizione della coscienza
La seconda caratteristica fondamentale della coscienza di classe riguarda la comprensione del capitalismo. Non si tratta di possedere una formazione specialistica, ma di comprendere almeno ciò che Marx chiamava i suoi interessi oggettivi: come questo sistema riesca a garantire il massimo profitto alla classe che possiede i mezzi di produzione attraverso lo sfruttamento dei corpi e delle menti di chi lavora. Capire perché si lavora più tempo di quello che viene pagato, come viene creato il plusvalore e perché questa dinamica non è un incidente ma una struttura permanente, permette di cogliere un punto essenziale: il capitalismo sopravvive, nei periodi di crescita come in quelli di crisi, estraendo quanto più lavoro possibile senza pieno compenso. Questa comprensione non è un dettaglio teorico: è ciò che trasforma un’esperienza individuale di frustrazione in una visione collettiva condivisa.
Dalla consapevolezza alla solidarietà: una sfida per il presente
Questa riflessione tocca direttamente il nostro tempo, soprattutto nei settori modellati da un’ideologia individualista e competitiva. Nel settore tecnologico, per esempio, intere identità professionali vengono costruite attorno al comando implicito: “Competi.” Ma questa forma di individualismo, come mostrato da autrici come Meridel Le Sueur, è dolorosa e controproducente. Le Sueur (1900 -1996), scrittrice e attivista statunitense, è una delle voci più significative della letteratura proletaria americana del Novecento. Cresciuta in un ambiente impregnato di movimenti socialisti, femministi e sindacali, ha dedicato la sua opera a raccontare la vita delle classi lavoratrici, delle donne e degli emarginati durante la Grande Depressione. Nei suoi racconti e saggi, l’individualismo non appare come libertà, ma come una condizione di isolamento che spezza i legami comunitari e indebolisce ogni possibilità di azione collettiva. Per Le Sueur, l’individualismo capitalista è un rifiuto del mondo sensuale e comunitario delle persone, una spinta costante a tradurre desideri e bisogni in un sé reificato che accumula prestigio e capitale sociale, invece di radicarsi nelle relazioni vive con gli altri. La coscienza di classe propone invece un altro immaginario: non un individuo isolato o in competizione con il collettivo, ma un collettivo vivo, un organismo non alienato che non cancella l’individuo, ma lo amplia, lo rende più pienamente umano. È in questo respiro comune, quello che Le Sueur spesso descrive come un “corpo collettivo” pulsante e diretto verso un futuro diverso, che si intravede la possibilità reale della trasformazione sociale.
Immaginare altro: dalla merce alla collettività
La logica capitalista, che trasforma le relazioni tra persone in relazioni tra merci, attraversa le nostre vite quotidiane: lavoriamo per denaro, lasciamo che il profitto decida il destino delle cose, trattiamo gli esseri umani come strumenti utili, immaginiamo la sensualità e la sessualità come prodotti di status, rispettabilità e stabilità sociale. Le Sueur, nel suo racconto “Villaggio del mais”, mette in scena un paesaggio rurale segnato dalla povertà materiale ma attraversato da una ricchissima vita interiore. Il racconto ruota attorno alla tensione fra ciò che la gente potrebbe immaginare, una vita comunitaria, sensuale, fatta di condivisione e reciprocità, e ciò che invece il capitalismo rende pensabile: “sogni di denaro, sogni di potere”. Il villaggio diventa così un microcosmo della condizione proletaria americana: un luogo in cui l’immaginazione collettiva è stata colonizzata, ridotta, compressa. Quando Le Sueur si chiede perché non sogniamo altro, non lo fa per nostalgia, ma come gesto critico: è un invito a riconoscere che la trasformazione sociale comincia da ciò che siamo capaci di immaginare insieme. Il racconto “Stavo marciando” porta questa intuizione sul piano dell’azione politica. Qui il corpo individuale non è più isolato: è trascinato, sostenuto e trasformato dalla presenza di migliaia di altri corpi. Le Sueur descrive la marcia non come un semplice corteo, ma come un’esperienza sensoriale totale: “lo strano mescolamento di migliaia di corpi… e il mio stesso respiro con il respiro gigantesco.” La marcia diventa un organismo vivente, un unico corpo che respira, e questo respiro collettivo è la metafora più potente della coscienza di classe: un sentire comune che dissolve l’isolamento e rende possibile l’azione. Nei due racconti, Le Sueur lavora in modo complementare: in “Villaggio del mais” mostra ciò che il capitalismo sottrae: l’immaginazione della collettività; in “Stavo marciando” mostra ciò che la lotta restituisce: un corpo comune che agisce e si muove all’unisono. Si tratta di due momenti della stessa pedagogia politica: prima la denuncia del mondo frammentato, poi la rivelazione della forza che nasce quando gli individui si scoprono parte di un “noi”. È un’immagine della rivoluzione come esperienza incarnata, non astratta; un promemoria che la coscienza di classe non è soltanto un concetto, ma una pratica sensoriale, emotiva, corporea. Un modo di sentire il mondo insieme.

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