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Anne Perry: la regina del giallo vittoriano che visse due volte (e scrisse per esorcizzare il passato)

 



C'è una simmetria crudele, eppure affascinante, nella vita di Anne Perry. Per decenni ha scritto bestseller ambientati nell'Inghilterra vittoriosa e ipocrita, popolati da investigatori tormentati, tribunali, delitti e implacabili ricerche di giustizia. Ma la verità è che il mistero più fitto, il segreto più inconfessabile e la condanna più pesante non li ha mai inventati alla macchina da scrivere: li aveva vissuti sulla propria pelle. Bestseller da oltre 26 milioni di copie vendute in tutto il mondo secondo le stime diffuse dai suoi editori, la "regina del crimine storico" ha condiviso per gran parte della vita un destino che sembra uscito dalla trama di un romanzo noir. Un passato che, nel 1994, torna a galla in modo dirompente, costringendola a fare i conti con il mondo intero.

Dalla salute fragile al Sudafrica: le radici di un legame ossessivo

Molto prima di diventare Anne Perry, la scrittrice rispondeva al nome di Juliet Marion Hulme. Nata a Londra nel 1938, la sua infanzia fu segnata da una salute molto cagionevole: a causa di gravi problemi polmonari e di forme di tubercolosi, i medici le avevano raccomandato di vivere in luoghi dal clima caldo e secco. Per salvarla, la famiglia aveva lasciato la Gran Bretagna per trasferirsi prima alle Bahamas e poi, nel 1948, in Nuova Zelanda. Proprio in Nuova Zelanda, Juliet strinse un legame totalizzante, simbiotico e di straordinaria intensità intellettuale con una compagna di scuola, Pauline Parker.Biografi e studiosi hanno descrittto l'amicizia tra le due ragazze come un universo chiuso e autosufficiente: un'amicizia fatta di mondi fantastici creati insieme, di letteratura e di un attaccamento morboso che sfiorava la dipendenza patologica. Poco prima degli eventi del 1954, la salute di Juliet subì una nuova, grave battuta d'arresto, costringendola a un lungo isolamento in un sanatorio neozelandese. Fu durante questa dolorosa lontananza che la loro dipendenza reciproca si esasperò, trasformandosi in un'ossessione intollerabile verso qualsiasi minaccia esterna.

Il piano di fuga e la tragedia del 1954

Quando Juliet fu dimessa e tornò a casa, la sua famiglia precipitò in una crisi profonda: i genitori decisero di divorziare. Il padre, il fisico Henry Hulme, lasciò la Nuova Zelanda, mentre la madre stabilì di mandare Juliet in Sudafrica, da alcuni parenti, per proseguire la convalescenza in un clima adatto ai suoi polmoni. L'annuncio di questo imminente trasferimento fu la scintilla che fece crollare il loro mondo. Convinte che la madre di Pauline, Honora Rieper, rappresentasse il principale ostacolo ai loro piani (essendo fermamente contraria a permettere alla figlia di partire con l'amica), le due adolescenti maturarono una decisione estrema. La reazione fu tragica e sconvolgente: il 22 giugno 1954, d'accordo in ogni dettaglio, attirarono la donna in un parco isolato di Christchurch e la uccisero colpendola ripetutamente con un mattone mascosto in una calza. Poiché minorenni, le ragazze scamparono alla pena di morte, scontando cinque anni nel carcere di Mount Eden. Alla scarcerazione fu loro imposto di non incontrarsi mai più. Una volta rilasciata, Juliet cambiò legalmente il suo nome in Anne Perry, si convertì alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (mormona) e visse per un periodo negli Stati Uniti prima di tornare nel Regno Unito.

Il paradosso di un'identità svelata

Per quindici anni Anne scrisse e pubblicò romanzi di successo senza che nessuno sospettasse nulla. Poi, nel 1994, il regista Peter Jackson portò sul grande schermo la loro storia con il celebre film Heavenly Creatures (interpretato da una giovanissima Kate Winslet nei panni di Juliet). Il riflettore della cronaca nera si accese improvvisamente sulla scrittrice. Nel 2003, in una rara e intensa intervista rilasciata al The Guardian, la Perry raccontò il terrore di quel momento:«Sembrava così ingiusto», confidò al giornale. «Tutto ciò che avevo lavorato per costruire come membro rispettabile della società era minacciato. E ancor a una volta la mia vita veniva interpretata da qualcun altro»Eppure, contrariamente alle sue paure catastrofiche, il mondo editoriale e i suoi lettori non la respinsero. Come annoterà il The Guardian nel suo necrologio in occasione della sua scomparsa nell'aprile del 2023 (all'età di 84 anni), neppure un singolo amico le voltò le spalle, e lo scandalo finì paradossalmente per far impennare la popolarità dei suoi libri.

Dal carcere alla redenzione: "La cosa migliore che potessi fare"

Ciò che rende la figura di Anne Perry così complessa è il modo in cui ha affrontato la propria colpa. Rievocando quegli anni bui, la scrittrice stupì i lettori del The Guardian definendo paradossalmente la sua detenzione come «la cosa migliore che potessi fare». In carcere, a differenza di altre compagne di sventura che cedettero al crollo psicologico, lei trovò una via di sopravvivenza nella consapevolezza e nel pentimento: «Fu lì che caddi in ginocchio e mi penti... Ero l'unica a dire: "Sono colpevole e sono esattamente dove dovrei essere"». Questo vissuto estremo ha secondo molti critici e lettori nutrito tutta la sua produzione letteraria. Difficile è infatti non notare che i suoi cicli più famosi, da Thomas e Charlotte Pitt a William Monk, non sono semplici gialli deduttivi, ma esplorazioni profonde dell'animo umano, dove i crimini sono lo specchio dell'ipocrisia sociale, e dove i temi del peccato, del giudizio, del rimorso e del perdono occupano sempre il banco degli imputati.

Il peso del giudizio: "Sarò mai giudicata per quello che sono?"

Fino agli ultimi anni della sua vita, l'ombra del passato ha continuato a inseguirla, spingendola a difendere con forza la donna che era diventata rispetto all'adolescente che era stata. In un'intervista al Glasgow Herald, poi ripresa dai media britannici, lasciò una domanda che suona come il suo epitaffio morale: «Pensi che arriverà mai il giorno in cui sarò giudicata per il mio lavoro solo? Sarò mai giudicata per quello che sono e non per quello che ero?». Una domanda che va oltre la sua vicenda personale e tocca uno dei grandi interrogativi della responsabilità morale: fino a che punto una persona può essere definita dall'atto peggiore che ha compiuto?

L'etica della colpa e della metamorfosi

Leggere oggi i romanzi di Anne Perry significa andare ben oltre il piacere della classica indagine storica inglese. Sarebbe riduttivo interpretare tutta la sua produzione esclusivamente alla luce del delitto commesso nel 1954. Eppure è difficile ignorare come, nella sua opera, ritornino con insistenza temi quali la colpa, il giudizio, la responsabilità, il perdono e la possibilità di una trasformazione morale. In questa prospettiva, la sua narrativa sembra interrogare una questione che appartiene prima di tutto all'etica e solo in seconda battuta alla letteratura: è possibile una vera redenzione ontologica? Può il soggetto riscattare interamente il proprio passato, modificando il proprio essere, oppure ciascuno di noi resta, almeno in parte, definito da ciò che è stato nel momento della propria frattura morale?Naturalmente nessuna biografia autorizza a leggere un'opera come una semplice autobiografia mascherata. Tuttavia, nel caso di Anne Perry, è difficile non vedere come la sua vicenda personale abbia orientato anche lo sguardo con cui lettori e critica hanno accolto quei temi. La sua opera, allora, non dimostra una risposta, né pretende di sciogliere definitivamente il dilemma. Piuttosto, continua ad abitarlo. È forse proprio qui che risiede il suo interesse filosofico: nel mostrare come la letteratura possa diventare uno spazio in cui la coscienza interroga se stessa, mettendo continuamente alla prova il rapporto fra colpa, identità e possibilità del cambiamento. La domanda che Anne Perry lasciò in eredità ai suoi lettori («Sarò mai giudicata per quello che sono e non per quello che ero?») finisce così per riguardare ciascuno di noi, chiamando in causa non soltanto il destino di una scrittrice, ma il modo in cui concepiamo la responsabilità, il perdono e la possibilità di una autentica metamorfosi dell'essere.

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